INTERVISTA A: NATALIA SAURIN Nata a Buenos Aires attualmente vive e lavora a Milano; vince varie borse di studio e alcuni premi, ad esempio il primo posto nel concorso Renaissance Arts Prize, nella sezione videoarte a Londra.
Ha realizzato varie mostre personali sia in Italia che in Europa come in Spagna, Portogallo e Germania. Nel 2009 tiene un Workshop di fotografia presso Spazio Rontgen a Milano, nello stesso anno lo ripropone in un carcere femminile di massima sicurezza. Nel 2010 all'università di Bologna ha alcuni incontri con dei video-artisti mentre nel 2011 inizia ad insegnare all'Accademia delle Belle Arti di Brera a Milano e successivamente in un altro carcere femminile di massima sicurezza.
Cos'è per lei la video arte?
E' uno strumento per dare forma ad una visione, è un'immagine amplificata, una esperienza. Quando si Ë appassionata a questo ambito? E come?
Il primo video l'ho realizzato nel 2005, Something wrong, un progetto a quattro mani, una collaborazione con Silvia Levenson (madre e artista), un video "ossessivo" sul rosa e sulla quotidianità; in questo video mi sono ritrovata persino a recitare. Nel passaggio da fotografia a video una componente interessante è che non sei più solo tu ma che allarghi il raggio d'azione collaborando con più persone. Quali sono state le sue esperienze lavorative più belle?
Sicuramente le esperienze più belle sono state quelle residenziali, sia dal punto di vista umano che da quello lavorativo, penso sia un lusso potersi focalizzare solo sulla ricerca senza essere distratti dal quotidiano. Dai quattro mesi alla Fondazione Camargo a Cassis (Francia), sul mare con altri fellows veramente interessanti alla più breve My little house a Catania che in solo una settimana è riuscita a stupirmi per la sua intensità. Con i suoi video cosa vuole trasmettere?
Delle immagini o delle storie che spostino leggermente il punto di vista. La mia ricerca si focalizza molto sul quotidiano e sullo stereotipo mi affascina come le cose possano essere ripetute nel tempo fino a diventare riti, gesti quasi sacrali che si ricollegano ad un noi arcaico, dall'altra parte ho paura delle abitudini che ci imprigionano e che non ci permettono di vedere altro. A che cosa o a chi si ispira?
Traggo ispirazione da libri, articoli, e dalla vita di tutti i giorni. Penso che siamo macchine che continuamente sedimentano informazioni e ogni tanto da queste macerie spuntano dei germogli, sta a noi curarli e saperli raccogliere. Quali sono i suoi progetti futuri?
Attualmente sono impegnata in una ricerca su storie e leggende legate ai dolci antropomorfi, un viaggio in Italia alla ricerca e alla documentazione di queste parti del corpo commestibili che ancora oggi ci ricollegano a rituali ancestrali. Ha dei consigli da dare agli artisti giovanissimi?
Sicuramente consiglierei il confronto, magari una residenza d'artista; un'occasione per focalizzarsi sul proprio lavoro ma anche un momento intenso di confronto con altri artisti e con diverse realtà.